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La Cina in Africa

La Cina si attesta oggi tra i primi quattro partner mondiali dell’Africa nel commercio, nel volume e nel tasso di crescita degli investimenti, nel finanziamento delle infrastrutture e in quello degli aiuti. Nessun’altra nazione è presente, a questi livelli, in tutti i settori sovra citati. Nel complesso, questo rende il gigante asiatico il partner più importante del continente africano.

Questa situazione è frutto di un percorso ormai ventennale. Dai primi anni Duemila gli scambi Cina-Africa sono cresciuti di circa il 20% all’anno. Ad oggi sono oltre 10mila le aziende cinesi presenti. Quasi un terzo opera nel settore della produzione, un quarto in quello servizi e circa un quinto nel commercio, nella costruzione e nel settore immobiliare. Numeri imponenti nel manifatturiero. Le aziende cinesi gestiscono circa il 12% della produzione africana, per un valore di circa 500 miliardi di dollari all’anno. Nelle settore delle infrastrutture siamo in una situazione di predominio assoluto. In Africa, le imprese cinesi detengono quasi il 50% del mercato delle costruzioni.

Eppure non è tutto. Quello che più rende l’idea della voglia d’Africa di Pechino sono gli investimenti diretti, cresciuti nell’ultimo decennio con un tasso annuo del 40%.

Inoltre, il presidente cinese Xi Jinping ha promesso di investire in Africa 60 miliardi di dollari nella costruzione di strade e ferrovie. Trattasi del progetto Road and belt, di cui ci eravamo già occupati lo scorso settembre.

Da un punto di vista operativo, la strategia cinese non sembra divergere dalla tradizione colonialista europea: sfruttamento delle risorse umane ed espoliazione delle risorse minerarie. Addirittura c’è chi ha denunciato una maggiore rapacità della Cina rispetto ai colonialisti europei. Nel 2007, il politico zambiano Michael Sata (divenuto Presidente nel 2011), scriveva che “lo sfruttamento coloniale europeo in confronto a quello cinese sembra benevolo, perché, anche se da un punto di vista commerciale era altrettanto brutto, le potenze coloniali hanno anche investito in servizi infrastrutturali sociali ed economici, mentre gli investimenti cinesi sono focalizzati per lo più sull’uscita dell’Africa quanto più possibile, senza alcun riguardo per il benessere della popolazione locale”. Questo però non appare certo un argomento che possa in qualche modo “toccare” l’establishment cinese.

Molti osservatori, soprattutto in Occidente, paventano il rischio che già nel medio termine l’Africa possa diventare una macrocolonia cinese.

Che fa l’Occidente, oltre a dividersi e litigare? E l’Unione Europea, quanto pensa ancora di gingillarsi con le beghe tra gli Stati membri?

Stiamo perdendo il treno più importante dalla fine della Guerra fredda e sui media di tutto il mondo campeggiano il muro di Trump in Messico, le violenze dei gilet gialli in Francia e il pantano della Brexit.

Mauro Pasquini

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