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L’inquinamento è il killer che uccide più di una guerra

“Le emissioni di CO2nell’atmosfera uccidono più delle guerre, degli omicidi, della tubercolosi, dell’Aids e della malaria messe insieme”. L’umanità sta per causare la sesta estinzione di massa nel mondo”. Parole e concetto di David Boyd, esperto Onu per i diritti umani e l’ambiente , espresse a Ginevra nella prima settimana di marzo. “Nel tempo di una pausa pranzo – ha detto anche Boyd – circa 700 persone nel mondo muoiono a causa dell’inquinamento, una ogni 5 secondi” E sui quali i giornali giorni dopo hanno fatto grandi titoli, come se fosse una novità.

 

Come stanno le cose

Da anni sappiamo che l’inquinamento climatico è una causa di morte che viene tenuta silenziosa perché provenendo da una delle azioni dell’uomo più lucrose, l’economia che non guarda in faccia nessuno, quella tradizionale di cui abbiamo parlato in questo post – tame-make-dispose – è meglio non far sapere altrimenti crollerebbe tutto il sistema.

 

E’ difficile da far credere ma chi studia questi problemi è gente seria ed i loro studi si riassumono in una frase drammatica: è in gioco la sopravvivenza della specie umana, oltre che di molte specie animali. Lo studio del Lancet – una rivista scientifica inglese di ambito medico pubblicata settimanalmente dal Lancet Publishing Group, edita da Elsevier. È stata fondata nel 1823 da Thomas Wakley –  ha analizzato l’andamento di 41 indicatori in cinque ambiti diversi, tutti esaminati in relazione alla salute globale: gli impatti, l‘esposizione e la vulnerabilità umana di fronte al cambiamento climatico; le strategie di adattamento in campo sanitario; le misure di mitigazione e i benefici per salute; le ricadute economico-finanziarie; l’impegno pubblico e politico. Gli effetti dannosi non riguardano solo i popoli più vulnerabili che vivono in Paesi poveri. Molti li stiamo già subendo anche da questa parte del mondo.

 

Cos’altro dice Lancet

La vulnerabilità agli eventi estremi di caldo è aumentata costantemente dal 1990 in ogni regione. Nel 2017 sono aumentate di 157 milioni le persone esposte alle ondate di calore, rispetto al 2000. L’Europa è particolarmente a rischio, perché più del 40% della sua popolazione ha un’età superiore ai 65 anni, la fascia di età più colpita dalle conseguenze del caldo. Non sono solo le alte temperature a rappresentare un rischio, ma anche gli abbassamenti improvvisi. Gli sbalzi di temperatura rendono più vulnerabili anche le persone che hanno malattie cardiovascolari o quelle affette da diabete e da malattie respiratorie croniche (tra le più diffuse in Occidente). I dati raccolti negli ultimi anni mostrano chiaramente che la mortalità (numero di morti ogni 100mila abitanti) è senz’altro più elevata in Europa che nel resto del mondo.

 

Oltre ai rischi diretti sulla salute, le ondate di calore generano anche rischi indiretti, come quelli di natura economica, come ad esempio la perdita di giornate di lavoro nelle aziende e negli uffici o quella dei capi di bestiame in agricoltura. Nel 2017, a causa del caldo, sono state perse 153 miliardi di ore di lavoro, l’80% delle quali proprio nel settore agricolo.

 

Il clima è anche un fattore determinante per molte malattie infettive, perché modificando l’ambiente dove vivono i vettori (generalmente insetti) può facilitare la trasmissione del virus all’essere umano. Tra il 2011 e il 2016, la diffusione del virus che provoca la febbre dengue è aumentata nelle regioni più sensibili alla sua diffusione, soprattutto nel Sud-est asiatico, ma anche nelle Americhe e nella regione del Pacifico occidentale. Il 2016 è stato l’anno in cui si sono registrati i valori più alti. Le proiezioni suggeriscono che questa crescita continuerà di pari passo con le emissioni di gas serra.

 

E poi naturalmente c’è l’inquinamento, una delle prime cause di morte a livello globale. Si stima infatti che 7 milioni di persone muoiano ogni anno a causa dell’inquinamento atmosferico. La concentrazione di inquinanti è peggiorata, dal 2010 al 2016, in quasi il 70% delle città di tutto il mondo.

 

Sud America e Sud-est asiatico sono invece le regioni più esposte a rischio inondazioni e siccità. E infine, oltre alle morti dirette per conseguenza dei disastri naturali, si devono aggiungere quelle causate da malnutrizione e carenza di cibo, dovute alla perdita di terreno coltivabile ma anche di biodiversità marina.

 

Come possono reagire i sistemi sanitari nazionali?

I pochi progressi fatti nella riduzione delle emissioni di gas serra mettono in grave difficoltà tutti i sistemi sanitari nazionali perché il sospetto – che è quasi una certezza- è che le infrastrutture della sanità pubblica non siano in grado di affrontare le sfide imposte dai cambiamenti climatici. E questo settore invece dovrebbe essere in prima linea negli sforzi di adattamento.

 

Sono necessarie strategie o piani di adattamento specifici sui problemi sanitari legati al clima. In realtà un’indagine dell’Organizzazione Mondiale per la Salute, Climate and Health Country, del 2015 ha evidenziato che 30 su 40 dei paesi partecipanti ha previsto proprio strategie di questo genere.

Le malattie maggiormente prese in considerazione sono quelle trasmesse per via alimentare, tramite l’acqua, oppure trasmesse da vettori, come gli insetti; seguite dalle ferite e dalle morti da eventi meteorologici estremi. Meno concrete sono le misure per la salute mentale, le malattie non trasmissibili (quelle cardiovascolari, il cancro, il diabete e i disturbi respiratori cronici) e lo stress da calore.

Eduardo Lubrano

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