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Lo spreco dell’acqua

Si dice sempre che l’acqua è la risorsa naturale più importante per vivere. Vero. Quello che si dice poco, tranne quelli che si occupano del problema è che l’acqua è la risorsa della quale facciamo il peggior uso possibile o detta in altro modo, della quale facciamo il maggior spreco.

Numeri del problema

L’acqua non manca, la usiamo malissimo. La popolazione mondiale è più che triplicata dall’inizio del secolo ma nello stesso periodo l’utilizzo delle risorse in acqua dolce si è moltiplicata per sei. Negli anni a venire, la popolazione mondiale aumenterà ancora dal 40 al 50 %. Con la crescita della popolazione, congiunta all’industrializzazione e all’urbanizzazione, i fabbisogni in acqua saranno ancora maggiori e le ripercussioni sull’ambiente non controllabili.

Nel 2050, potrebbe mancare un regolare accesso all’acqua a circa 5 miliardi di persone ma già oggi 3,6 miliardi di persone abitano in zone in cui l’acqua scarseggia per almeno un mese all’anno e saranno sempre di più con la popolazione mondiale che entro il 2050 potrebbe arrivare ai 10,2 miliardi di persone. E’ scritto nel Rapporto mondiale 2018 sullo sviluppo delle risorse idriche, pubblicato dall’Unesco e dal Programma UN Water delle Nazioni Unite.

Attualmente utilizziamo in totale circa 4.600 km cubi d’acqua: il 70% se ne va per l’agricoltura, il 20% per le attività industriali e il 10% per consumi casalinghi.

Cosa fare

Si potrebbe tornare a mettere in atto vecchie tecniche naturali per intrappolare l’acqua nel suolo, nelle paludi e nella vegetazione, invece di usare solo le infrastrutture costruite dall’uomo, come bacini idrici artificiali, canali di irrigazione, impianti di trattamento delle acque. Le soluzioni “verdi” non possono da sole risolvere un problema così grande che si porta sulle spalle quelli della sovrappopolazione e dei cambiamenti climatici. Però in alcuni contesti geografici alcune di queste tecniche hanno mostrato come si possa aumentare la produzione agricola anche fino al 20%.

Sono piccole strutture per la raccolta di acqua piovana o tradizionali pratiche di preservazione del terreno che hanno aiutato di già alcuni villaggi colpiti dalla siccità nel Rajastan indiano o nel bacino di Zarqa, in Giordania.

La Cina ha da tempo progettato la creazione di 16 città-spugne, che dal 2020 dovrebbero riuscire a riciclare il 70% dell’acqua piovana grazie a una migliore permeabilità del suolo e al ripristino di adiacenti paludi.  Ecosistemi che potrebbero servire anche a contrastare inondazioni e siccità, alcuni tra i danni più ricorrenti e gravi del riscaldamento globale.

Altro? L’utilizzo di risorse idriche non-convenzionali, come le acque salmastre, le acque reflue trattate e le acque di drenaggio riciclate; sistemi d’irrigazione collettivi che razionalizzano la distribuzione quando c’è deficit d’acqua. Si parla anche di metodologie originali come il partial root drying (una quota di radici è irrigata, un’altra è mantenuta in suolo secco) che dai vigneti del Chianti è approdato alle coltivazioni di pistacchio dell’Anatolia turca. E tornando indietro nel tempo, l’irrigazione a goccia che consente di limitare l’uso dell’acqua con il massimo risultato.

Eduardo Lubrano

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