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Benvenuto Presidente Xi Jinping

L’arrivo in Italia del Presidente della Cina Xi Jinping per stringere accordi di reciprocità con il Governo italiano, con le aziende italiane suscita grandi timori e malumori sia da parte americana, sia da parte dell’Unione Europea. E anche se non ci sono notizie in merito pare che anche Putin a Mosca, abbia fatto una smorfia di dispetto.

Xi si presenta come il globalista del nostro tempo, con una visione positiva dei commerci mondiali, mentre l’America si ripiega nell’isolazionismo sovranista, scrive Federico Rampini su La Repubblica. È il primo presidente dai tempi di Mao che teorizza apertamente la superiorità del suo modello autoritario rispetto alle nostre liberaldemocrazie.

Il grande progetto infrastrutturale cinese Belt and road initiative (BRI), tradotto poeticamente (dai PR cinesi) come “nuova via della seta”, riaccende la scontro fra USA e CINA per l’egemonia nel mondo. L’Italia, che sembra non capire la portata dello  scontro in atto, si trova a stare nel mezzo. Ecco quali sono i rischi per il nostro Paese.

L’Italia ha l’urgenza, pena la morte per asfissia, di attrarre investimenti. Negli ultimi quattro anni Pechino ha investito in 64 Paesi 448 miliardi di dollari, è ha previsto di investirne altri 117 per il 2019. Doveroso dunque entrare nel Belt and road. Il punto è come farlo. L’Italia deve studiare una strategia che consenta di cogliere l’opportunità senza turbare l’assetto geopolitico del blocco economico e culturale di cui ancora fa parte. Con la fine della Guerra fredda l’Atlantismo si è certamente trasformato, ma non è morto. Con l’integrazione europea nel guado dell’incompiutezza, il nostro Paese (e non solo) resta ancorato alla sfera d’influenza statunitense. Su questo punto dobbiamo mettere da parte i retaggi di un antimperialismo fuori tempo massimo e i suoi cascami sovranisti dell’ultim’ora.

La supremazia mondiale degli USA è ancora oggi una realtà ma non è più una certezza per il futuro. Con la Belt and Road la Cina ha lanciato il guanto di sfida per il primato, con tutto il suo seguito di “porti, retroporti, ferrovie, telecomunicazioni, vie della seta digitali”, nonché di basi militari. Di questo stiamo parlando. Può essere inebriante fantasticare di sganciarsi, o quantomeno emanciparsi dal “vecchio” blocco Atlantico e giocare da battitore libero a caccia dei migliori affari in giro per il globo. Ma con quali argomenti? Le nostre finanze? Il nostro sistema infrastrutturale? La stabilità del nostro sistema politico? Con il nostro arsenale burocratico a base di familismo, corporativismo, settarismo e antistorico orgoglio campanilistico? E soprattutto, con la nostra granitica refrattarietà a riformare quello che non funziona?

A queste domande è certamente facile rispondere con un evergreen: “con il made in Italy”. Purtroppo però si tratta di una formula buona per i talkshow e le twitterate quotidiane. Senza riforme che consentano di risanare i conti pubblici, creare grandi e piccole opere infrastrutturali e di dare un nuovo assetto politico che garantisca continuità, il made in Italy resta un souvenir che delizia i grandi del mondo e poco più.

Ora, farsi percepire dagli USA come la porta d’Occidente che farà entrare il cavallo di Troia cinese, giusta o sbagliata che sia questa percezione, per noi rappresenta nell’immediato un rischio reale che supera di gran lunga gli auspicati profitti del futuro. Stiamo parlando della nostra vulnerabilità economica e soprattutto della nostra dipendenza in materia di intelligence. Siamo sicuri di poterci privare della benevolenza delle agenzie di rating (tutte “targate” USA) e della consueta trasmissione di informazioni segrete da parte di Washington?

Nessuno può contestare i buoni propositi del governo italiano nel cercare un posto al sole lungo la Nuova Via delle Seta. Ma il nostro Paese si sta tuffando nel progetto cinese come un bimbo affamato in un negozio di caramelle. Prima ancora di entrare nel merito del dibattito, balzano agli occhi le divisioni e la totale cecità geopolitica del nostro esecutivo, figlia dell’assoluta inadeguatezza di chi lo guida.

La prova sta in alcune abnormi contraddizioni. Come la fiera difesa del memorandum fra Italia e Cina del grillino Luigi Di Maio, alla ricerca di recuperare il terreno perso a favore della Lega. Di Maio, da buon discepolo della decrescita felice, vede il demonio in qualsiasi cosa abbia a che fare con la globalizzazione, con le multinazionali, con le grandi operazioni transnazionali di qualunque sorta. Attenzione però, se queste sono capitanate da realtà occidentali. Se invece si tratta di Russia o di Cina, tutto apposto, no problem. Nessuna preoccupazione per l’ambiente, niente angoscia per i diritti dei lavoratori, nessun ecosistema da salvare, nessun rischio di colonizzazione straniera. Perché preoccuparsi dei bucolici standard cinesi quando davanti ai nostri occhi c’è il rischio che il demonio si manifesti nell’abominevole TAV? Insomma, abbagliato dai miliardi di dollari di investimenti cinesi che darebbero ossigeno ad una asfittica economia non si vede il rischio incombente di farsi egemonizzare dal gigante cinese. Benedetta incosciente ignoranza.

Mauro Pasquini

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