Siria: il grande gioco della guerra

Siria: il grande gioco della guerra

L’ultima novità che arriva dalla Siria, ormai campo di battaglia di una guerra lunga sette anni è che il governo di Bashar al Assad potrebbe ordinare il bombardamento dell’aeroporto di Tel Aviv per rispondere all’attacco israeliano all’aeroporto di Damasco.

Se non fosse una tragedia per le centinaia di civili che continuano a morire  per scampare alla guerra, quello che sta accadendo in Siria potrebbe definirsi una sceneggiata. Sul quel che resta del paese, ogni giorno piovono bombe lanciate da almeno sette eserciti: bombe americane, russe, israeliane, siriane, iraniane, curde e turche. E il loro obiettivo è soprattutto quello di tutelare gli interessi, diretti o indiretti, dei singoli Paesi coinvolti nel conflitto.

La decisione degli Stati Uniti di ritirare le proprie truppe dalla coalizione curdo-araba che ha cacciato lo Stato islamico, ha aggiunto un altro elemento di incertezza sul destino della Siria. Per usare una metafora sportiva, sembra diventata una sorta di campo neutro dove giocarsi la vittoria. Per di più senza arbitro.

In questa situazione la prima a beneficiarne è la Russia, che con il ritiro americano rimarrà l’unica potenza internazionale nella regione. E’ quindi abbastanza chiaro perché Vladimir Putin non ha nascosto la sua soddisfazione: “Donald ha fatto bene, sono d’accordo con la sua decisione” ha dichiarato a poche ore dalla notizia del ritiro.

L’Iran, da sempre schierata al fianco di Bashar al Assad, è l’altro Paese che non aspetta altro che la decisione degli Stati Uniti diventi operativa. Senza gli americani in campo il regime di Theran potrà rafforzare con pochi rischi il sostegno agli Hezbollah contro Israele, con l’obiettivo dichiarato di distruggere quello che il “moderato” Rouhani ha definito come un “cancro” da estirpare.

La Turchia è l’altro Paese che guarda con favore la partenza degli americani dalla Siria. Tayyip Erdogan considera da sempre i curdi come la principale minaccia al suo paese e l’uscita di scena degli Usa potrebbe essere l’occasione per eliminarli dal confine meridionale della Turchia. Da Washington però è arrivato l’altolà sotto forma di garanzia per le milizie curde alleate degli Usa, ma Erdogan si dice pronto a sfidare gli Usa: “Siamo pronti ad attaccare i curdi” ha dichiarato, ed ha cancellato l’incontro con un inviato di Trump.

Più complessa la posizione di Israele, dove la partenza degli Usa comporterà inevitabilmente un rafforzamento dell’Iran e di Hezbollah nella regione. Da Tel Aviv il premier Netanyahu ha ordinato di intensificare il bombardamento delle truppe di Teheran in Siria, ma molti osservatori leggono questa decisione come una mossa elettorale in vista delle elezioni politiche del prossimo 9 aprile.

E il governo siriano? In questo infinito gioco delle parti tutti gli attori fanno finta di non ricordare perché in Siria è scoppiata una guerra e l’opinione pubblica è disorientata da una informazione che non riesce a fare una sintesi, a dare delle spiegazioni e che corre dietro ai fatti del giorno inseguendo le immagini televisive e i lanci delle agenzie di stampa. Nessuno già ricorda più l’inganno giornalistico delle “primavere arabe”. La “rivoluzione dal basso”, le rivolte di popolo” in cerca di libertà e democrazia. Ma in Siria la “primavera” è stata foraggiata da che voleva rovesciare il regime ( regolarmente eletto) di Bashar al Assad . Questo avrebbe fatto comodo a americani e inglesi che hanno rifornito di armi e (qualche) istruttore i “rivoluzionari islamici” che non volevano la democrazia ma l’instaurazione di uno stato islamico. Allora è scesa in campo la Russia in difesa di un alleato storico. La Turchia ha approfittato dello sconquasso per rubacchiare terreno e schiacciare i curdi. Ma questo, come dicevamo non lo ricorda, o finge, più nessuno.

Ora è tempo di pensare ad altro. Per esempio alla ricostruzione del Paese. Ed è partita la corsa a chi arriva prima. L’Italia è in procinto di riaprire l’ambasciata a Damasco (il nostro Paese era il primo partner europeo) per non farci anticipare dai francesi, pronti a tornare tra le braccia di Assad dopo aver spinto per anni i ribelli. Scaldano i motori anche i cinesi, che non hanno mai chiuso la loro ambasciata a Damasco, pronti ad inserirsi nel grande business della ricostruzione della Siria.

 

Ezio Tamilia

Luca Ajroldi

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