Tito, fra comunismo e Terza via

Tito, fra comunismo e Terza via

La figura di Tito è un terreno scivoloso per i nostalgici. Nel ricordare il dittatore a vita della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, i professionisti del fondamentalismo ideologico vanno puntualmente in corto circuito.

Mossi da sudditanza psicologica e culturale verso il (mal interpretato) glorioso passato dell’URSS, sfoggiano un fiero e granitico negazionismo sul genocidio compiuto dalle truppe comuniste di Tito contro gli italiani istriani e armeni, ricordato oggi dal Presidente Mattarella. Non paghi, accusano di falsità o di fascismo chiunque ritenga di annoverare i massacri delle foibe tra i crimini contro l’umanità, al pari degli orrori compiuti dall’abominio del nazifascismo.

Ma poi sorvolano o si trattengono poco, e con molta reticenza, sugli sviluppi della politica di Tito nei Balcani, quella che approdò al sogno della Terza via, ossia della realizzazione del socialismo senza avere al collo il guinzaglio politico, militare e finanziario di Mosca. Insomma, il Tito che tenta di emanciparsi dal Cremlino eccita molto meno.

Sul finire della Seconda Guerra Mondiale, la longa manus di Mosca su Tito aveva un ovvio significato geopolitico: avere al proprio comando una forza in grado di unificare i Balcani e di farne un unico avamposto topografico-militare sovietico. L’Adriatico sarebbe stato così il confine naturale lungo il quale, nel sud dell’Europa, i due blocchi nemici, atlantico e sovietico, si sarebbo sorvegliati a vicenda, con il benificio per l’URSS di avere un immenso scalo “amico” sul Mediterraneo.

Ma negli anni Cinquanta il dualismo ovest-est iniziò a essere messo in discussione, a favore di una divisione del mondo lungo l’asse nord-sud. Dal 18 al 24 aprile 1955, alla conferenza di Bandung, in Indonesia, Asia, Africa ed Estremo Oriente rivendicavano l’esistenza di una posizione “terza” rispetto alla divisione del mondo nei blocchi atlantico e sovietico, ratificata dalla Conferenza di Yalta nel 1945. Nasceva così il Terzo Mondo, che riuniva i Paesi non allineati, ossia né filo-atlantici né filo-sovietici. L’espressione “terzo mondo” come sinonimo di povertà è una forzatura del significato originario sopraggiunta molto tempo dopo.

Sulla scia della conferenza di Bandung, Tito ipotizzò l’emancipazione della Jugoslavia socialista dall’Unione Sovietica. Nella nuova concezione terzomondista del dittatore dei Balcani, l’antimperialismo doveva valere tanto contro il capitalismo quanto contro il comunismo sovietico. Certo, non si deve pensare a una vera e propria equidistanza di Tito fra Washington e Mosca, tuttavia è ridicolo chi oggi arriva a negare un genocidio per paura che si intacchi la figura di un idolo di cui ignora, o finge di ignorare, parte integrante del motivo della sua rilevanza nella storia del XX secolo.

Mauro Pasquini

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